Per la serie: Alchimia di storie a più mani

Un porto sicuro – di Franco Bellio, Mimma Caravaggi, Patrizia Casati, Nadia Peruzzi

I cinque anni trascorsi a Padova per frequentare l’Istituto d’Arte Modigliani hanno inciso profondamente nella formazione del carattere, dell’indole e soprattutto nelle aspettative di vita di Bruno. Quando si interroga  non riesce mai a definirsi: si sente un montanaro di città, ma anche un cittadino tra le sue cime. Il fascino delle verdi vallate e la spettacolarità dei Monti Pallidi lo ammaliano sempre, ma si sente ugualmente attratto dalla vivacità delle piazze di Padova, dal chiasso gioioso degli studenti, dai classici ritrovi cittadini e dalle immancabili mete dei numerosi turisti, come la Cappella degli Scrovegni con gli affreschi di Giotto e la grande Basilica dalle cupole bizantine. Padova è sempre la sua  seconda patria, simpaticamente ricordata come la città dei “tre senza” , ovvero del “Santo senza nome” perché il patrono Sant’Antonio è per tutti semplicemente “il Santo”  senza bisogno di ulteriori specificazioni. Il secondo “senza è riferito al “prato senza erba”  cioè la più grande piazza cittadina “il Prato della Valle” , il fulcro della vita sociale padovana, di impianto ellittico, circondata da un canale sul cui ciglio troneggia un doppio anello di statue raffiguranti i  busti dei patavini illustri. Ma Padova è anche la città del “caffè senza porte” ovvero dello storico Caffè Pedrocchi, prestigioso punto d’incontro per intellettuali, accademici, uomini politici, che fino ad alcuni anni orsono restava aperto giorno e notte. Bruno infine rimpiange l’immancabile giro con gli amici e la frequentazione delle numerose, caratteristiche osterie per il rito dell’ombretta (classico calice di vino) o dei più aristocratici aperitivi. Ricorda sempre con nostalgia questo peregrinare tra i lcali che è anche l’occasione per un itinerario davvero alternativo nel cuore della città I ricordi di Bruno non si limitano però soltanto ad una carrellata di immagini, ma nella mente gli turbinano, come in un ritmato e suggestivo refrain, suoni rumori e grida di questa città creativa e dinamica che vive nella vivacità dei mercati e delle piazze affollate. Una sonorità a parte è quella che gli arriva dalla memoria degli innumerevoli bar frequentati, nel regno del frizzante Prosecco e dell’immancabile spriz. Ecco, lo assale allora la risonanza di un vortice di bottiglie stappate, un caleidoscopico scoppio simile a gustosi fuochi d’artificio!

Padova spumeggiante ,potremmo dire,come spumeggiante è Maria Luna con le sue bizzarrie e i suoi colpi di testa. Elettrizzante, intrigante e tuttavia pericolosa.

 Maria Luna veste casual, con forti tendenze al bizzarro, le piacciono i colori forti, le sciarpe avvolgenti e braccialetti e orecchini pesanti e vistosi. Di sicuro pensa che piacciano anche a Bruno, quello che secondo lei è il “suo” uomo e che invece detesta anche solo il rumore dei suoi ninnoli. E’ una bella moretta, con un cesto dicap elli ricci molto lunghi con occhi verdi di uno smeraldo molto intenso. Si occupa di computer e contabilità in una Casa Famiglia molto rinomata a Padova che accoglie bambini disadattati, orfani, autistici e altro. E’ nata in India, da genitori italiani e averci vissuto fino a 16 anni l’ha sempre fatta sentire straniera in qualsiasi posto. Bruno è la sua sfida per mettere radici. Lui vive a due passi da lei in quella vecchia serra ottocentesca annessa alla casa principale, che con una sapiente opera di restauro e’ stata trasformata in uno spazio bellissimo e fuori dal comune. Un open space con tutto il necessario, ben disposto: salotto, tinello e cucina in un unico spazio più due camere, uno studio e due bagni, divisi da muri di

piastrelle di vetro spesso, quasi cubici ma che permettono sempre alla luce di penetrare indisturbata senza mostrare l’interno. Tutte le stanze ricevono luce piena e costante senza bisogno di luce artificiale se non , ovviamente, di sera. Lo spettacolo che può risultare da una serra è inimmaginabile poiché il cielo è il protagonista che incombe sopra il tetto di splendide vetrate trasparenti dando l’impressione di risiedere sopra una nuvola con il sole caldo che illumina di giorno e la sera in compagnia della luna e le miriadi di stelle che si possono ancora vedere non essendo in città. La cosa più bella è poter assistere ad un temporale. Un vero spettacolo. I lampi dei fulmini con i tuoni che li annunciano e il ticchettio intermittente della pioggia sulle vetrate del tetto, accompagna questo particolare spettacolo di suoni e luci. Bruno è molto affezionato alla sua serra. Quando rientra dai viaggi ed entra in questo ambiente bello, particolarmente spazioso con una luce immensa che si incrocia con il sole e il verde delle piante tutte intorno, con il profumo dei fiori come le immancabili rose di ogni specie e varietà così come le camelie di un rosa sfumato e rosso carminio. Ed è qui nella serra che una sera di pioggia un po’ malinconica ML e Bruno si sono amati. Si erano ritrovati, come spesso facevano, a fare una passeggiata nel parco seguiti dal canto degli uccelli e qualche sporadico e saltellante scoiattolo in cerca di cibo, Dopo la passeggiata si erano rintanati di corsa nella serra perché stavano arrivando le prime gocce di pioggia che li avrebbe accompagnati per gran parte della serata. L’abbraccio iniziale era arrivato senza quasi se ne accorgessero. Una serata indimenticabile per MariaLuna ma non altrettanto per Bruno che era abituato ad avere compagnie di donne diverse e che non aveva voglia di legarsi con nessuno. Maria Luna invece non faceva che pensare a lui e alla notte passata insieme sotto il ticchettio della pioggia e poi sotto un manto di stelle brillantissime. Cosi inizia a seguire Bruno in ogni dove. Prende a pedinarlo, camuffandosi in modo grottesco e umiliando l’intelligenza di donna gelosa e innamorata. Finché Bruno accetta un lavoro piuttosto impegnativo all’Abbazia di S.Benedetto Po.

Maria Luna e’ disperata. La casa-famiglia in quel periodo diventa la sua oasi di pace. Anche perché lì lavora Paul lo psicologo del centro. Un mare di calma e tranquillità cui far affidamento nei vortici della vita, ma non sufficiente a placare la tempesta della ragazza.

“ Non andare” aveva detto Paul in uno dei suoi pomeriggi disperati in cui lei aveva cercato nello sguardo magnetico di lui ciò che non sapeva raccogliere.

“ Non andare”, le aveva ripetuto fino all’ultimo momento sapendo bene, per come la conosceva, che sarebbe stato inutile trattenerla lontana da San Benedetto Po.

Infatti ci era  arrivata in un giorno gelido, pieno di neve, senza aver ben chiaro cosa dire a Bruno.

Aveva attraversato la piazza quasi senza vederla, eppure era un immenso rettangolo che sembrava non aver fine. Dilagava oltre la linea segnata dall’ingresso monumentale alla chiesa.

 Un punto di vista quasi scenografico, come una finestra sul mondo, l’altro mondo, quello che forse nemmeno c’era nel Mille attorno a quel complesso esageratamente fuori misura segnato dalla storia.

 La piazza e l’abbazia lanciano ogni giorno il loro messaggio ma Maria Luna non era in grado di coglierlo visto che stava inseguendo una ossessione alla luce della quale ogni realtà è sfocata e in sottofondo..

 Sara invece, man mano, lo aveva compreso e ci si era affezionata. Dal suo punto di osservazione, la cassa del piccolo supermercato nel quale lavorava da qualche tempo, le  risultava difficile decidere se era il monastero a far contorno al paese o il contrario. Ma era un dettaglio.

 Si era sentita stretta in ogni luogo frequentato in precedenza. Lì invece, sentiva di aver trovato casa per la prima volta in vita sua.

Le piaceva sopratutto la mattina presto quando la piazza si ripopolava lentamente, dopo la sosta notturna.

Passanti frettolosi, sempre gli stessi, quasi alle stesse ore. Un gran via vai in cui al tic tac dei tacchi della signora Pina, l’edicolante, si sovrapponeva il rumore delle seracinesche dei negozi che si alzavano e le voci e le risa dei bambini che andavano a scuola.

Fu in una mattina di inverno, con la neve a spegnere i rumori e a coprir di pace antica tutto il paese ,che la sua attenzione fu attratta da un tizio che arrancava a fatica verso il negozio. Un tipo che non le era per nulla familiare e stonava pure un po’ in quel paesone di provincia.

Cappello a tesa larga, quasi felliniano, sciarpa bianca portata con eleganza, un lungo cappotto doppio petto decisamente demodé, malgrado fosse di buona fattura.

Entrò deciso, senza salutare. Aveva capelli brizzolati su un viso da ragazzo, occhi che ardevano di vitalità.

Sara rimase interdetta perché cosi’ da vicino, le sembrò di averlo già visto.

L’uomo si mise a cercare negli scaffali. Non gli ci volle molto a tornare alla cassa con rasoio, schiuma da barba e un deodorante. Sbadatamente non li aveva messi in valigia, le disse.

Le chiese come si accedesse all’Abbazia  visto che il portone della chiesa era ancora sprangato. Era un restauratore d’arte, avrebbe lavorato per un po’ di tempo a San Benedetto Po.

Mentre parlavano lo sguardo di lui da indifferente che era, si accese di interesse.

Qualcosa di remoto lo spinse a chiedere a Sara: “Ci siamo già visti da qualche parte?”

Lei non seppe dir nulla, visto che le sembrava un approccio maldestro e banale di quelli alla così fan tutti e negò.

L’uomo continuava a star lì. C’era qualcosa che lo tratteneva e qualcosa di familiare in quella ragazza.

Il suo lavoro comportava studio e attenzione per i particolari, e questo lo aveva messo in grado di focalizzare anche i più minimi dettagli di una persona che suscitava il suo interesse. Un gesto, un’alzata di sopracciglio, un sorriso, uno sguardo. Ecco, gli venne in mente così.

Quello sguardo lo aveva già incrociato. Una sera di tanti anni prima. Aveva bighellonato per la città senza meta e senza saper cosa fare ed era finito come al solito al Caffé Pedrocchi.

Non c’era gran folla quella sera, pochi i tavoli occupati. Ad uno erano sedute due ragazze che parlottavano fitto fitto fra loro. Ogni tanto lo raggiungeva la voce cristallina di una delle due. La più alta, con una massa di capelli ricci dall’aspetto indomabile, un neo sullo zigomo destro così civettuolo e due occhi da perdercisi dentro.

Bruno aveva iniziato a guardare dalla loro parte. Per un attimo era stato un gioco di occhi negli occhi. Ci aveva scorto curiosità, interesse forse un accenno di promessa. Si era alzato per andare al tavolo delle ragazze proprio mentre stava entrando nel locale una rumorosa comitiva di turisti giapponesi che lo bloccarono.

Quando riuscì a farsi largo, vide le  ragazze sgusciar via veloci. Gli passarono accanto quasi senza vederlo. Non ebbe nemmeno il tempo di lanciare un saluto qualsiasi. Nell’aria era rimasta solo una scia intrigante di profumo fresco e speziato e scampoli di un discorso che accennava a San Benedetto Po. Il fruscio dell’abito di seta che indossava la ragazza era rimasto a lungo nei suoi pensieri.

Eccola qui. Sulla targhetta il suo nome: Sara. Nessun dubbio che fosse lei la ragazza del Pedrocchi.

Un po’ invecchiata, come lo era lui del resto.

La forte attrazione che aveva provato un tempo e per quell’attimo fuggente, tornò a farsi viva e quasi se ne stupì.

A quell’incontro casuale al supermercato ne seguirono altri, cercati, e altri ancora.

Era iniziata così la storia di Bruno e Sara. Quasi per una scommessa col caso e con le sorprese della vita e Maria Luna non aveva potuto far nulla per impedire che accadesse.

“Un ultimo chiarimento” si era detta in quella mattina di inverno e di neve, intabarrata come non mai, quando si era appostata vicino all’hotel dove Bruno alloggiava e aveva deciso di seguirlo fino a quel supermercato, senza che lui se ne accorgesse. Aveva camuffato i suoi tratti con un trucco pesante e con una parrucca del tutto inadatta alla sua persona, che la imbruttiva e la involgariva. Cercava il momento giusto per affrontarlo e parlargli e stava lì appesa al vetro da cui poteva scorgere la sua bella figura che si aggirava nel negozio. Da fuori aveva assistito allo scambio di battute fra Bruno e Sara, le era sembrato banale all’inizio.

Non si aspettava la pugnalata al petto che la colse all’improvviso e la fece barcollare. Gli occhi di Bruno ad un certo punto si erano accesi, vi aveva scorto un fluire di sentimenti che la lasciarono senza fiato. Non l’aveva mai guardata cosi’ il “suo” Bruno, nemmeno dopo quell’unica notte d’amore alla serra .

Era sconvolta. Si giro’ di scatto e quasi travolse una signora che stava per entrare nel negozio. Corse via, cadde più volte scivolando sul ghiaccio in quella piazza che sembrava ora solo  un incubo che non aveva fine per quanto corresse a perdifiato. Perse la parrucca,si bagnò i capelli,il trucco si sciolse in una maschera mista di neve,acqua e lacrime irrefrenabili. Il mondo le stava crollando addosso. Il miraggio che l’aveva sostenuta per molto tempo si era dissolto in un attimo lasciandola straziata .

 Se avessi dato retta a Paul, si disse, mi sarei risparmiata tutto questo.

 Ad un tratto venne distratta da una allegro e chiassoso gruppo di hare krishna che invasero la via in senso contrario al suo cammino; la festosa combriccola  procedeva gioiosamente cantando e ballando e offrendo minuscoli dolcetti agli astanti, ricevendo in risposta le più disparate reazioni: attenzione, curiosità, compiacimento, fastidio, ironia, sarcasmi, improperi. MariaLuna non venne certo condizionata da quella buffa carnevalata, ma automaticamente le ritornarono alla mente scenari della sua infanzia trascorsa in India, dove la pratica induista è largamente diffusa, intesa più come modo di vivere che astrusa religione;  non esiste un vero e proprio sistema di norme da rispettare, ma un insieme di ideali da perseguire. Secondo l’induismo sono i beni materiali a rendere schiavo l’uomo che rischia di perdere sé stesso, mentre con l’aiuto della meditazione e degli esercizi yoga  oltre a ritornare padrone del suo corpo torna in grado di  raggiungere il senso di benessere interiore e di pace  vero toccasana rispetto alle angosce e ai turbini dell’esistere.

 Come per una folgorazione MariaLuna finalmente intuì le cause del suo malessere, si rese conto di essere troppo fragile per affrontare le delusioni che le procura la vita nel mondo occidentale e, forse per un inconscio richiamo alla propria infanzia, aprì la sua mente ad una nuova prospettiva, quella di un ritorno in India per trovare finalmente un equilibrio interiore nei rituali sanscriti dell’induismo. Sarà un caso o un segno del destino che a pochi passi nella via che stava percorrendo scoprì l’invitante insegna di una fidata ed attrezzata agenzia di viaggi…

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Autore: lamatitaperscrivereilcielo

Lamatitaperscrivereilcielo è un progetto di scrittura, legata all'anima delle persone che condividono un percorso di scoperta, di osservazione e di ricordo. Questo blog intende raccontare quanto non è facilmente visibile che abbia una relazione con l'Umanità nelle sue varie espressioni

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