Crepitare

FIAMMA VORACE – di Laura Galgani

L’aveva già visto almeno tre volte, ma mai da solo. Quella sera era seduto sul divano, con i piedi appoggiati sul tavolo basso di cristallo, di design, così freddo ed elegante, il vuoto accanto a lui.

La scena in cui la pellicola inizia a prendere fuoco, con un crepitare violento ed irrefrenabile, proprio non la sopportava. Le fiammelle arancioni e blu si levavano da quelle grandi ruzzole, prima piccole e insignificanti, che sarebbe bastato un panno buttato sopra per spegnerle, poi sempre più alte, voraci, distruttive, rumorose.

In un attimo tutta la cabina di regia era in fiamme, e anche le pizze dei film, che tanto avevano fatto sognare il bambino protagonista del film e anche lui, da spettatore. Gli sembrò che quelle fiamme lo prendessero da dentro, alla bocca dello stomaco. Un’emozione forte, lancinante, salì dai suoi organi interni, avviluppò il cuore come una fiamma vorace, si arrampicò alla gola, e gliela strinse quasi soffocandolo, finalmente arrivò al suo volto, che si contrasse in uno spasmo per liberarsi poi in un pianto dapprima sommesso, poi rumoroso, lamentoso, ma libero!

Mentre in TV l’incendio divampava e tutto intorno si faceva fiamma, lui piangeva, finalmente. Piangeva l’amore finito, la casa vuota, freddo il loro letto. Riuscì a spremere fuori un bel po’ del suo dolore. Non tutto, sapeva che sarebbe tornato, come la marea riporta l’onda sulla riva prima asciutta. Ma il sollievo c’era.

D’un tratto una musica sommessa e dolce invase la stanza. Si lasciò andare a quelle note, al desiderio di dilatare il respiro e riportare un po’ di pace dentro di sé.

Gli sembrò che il soffitto non esistesse più, e sopra di lui brillasse uno spicchio di luna in un cielo sereno.

Ancora una volta “Nuovo cinema Paradiso” gli aveva regalato qualcosa.

Strascicare

 LEGNA A STRASCICO – di Elisabetta Brunelleschi

Uno dei passatempi delle zie e della nonna era andare a far la legna nel bosco. Io ero felicissima quando, col permesso della mamma, potevo andare insieme a loro.

Per il bosco loro indossavano gli abiti più vecchi che avevano e si attrezzavano con corde più fini e più spesse, borse di tela mezze rattoppate.

Si partiva di buon passo e attraverso campi e balzi si giungeva velocemente alla Cipressaia. Il bosco più bello, allungato quasi sulla sommità della collina, che, nonostante il nome, era composto in maggioranza da pini e quercioli, mentre i cipressi ne segnavano solo i lati confinanti con la strada e le piagge. 

La prima tappa era nella pineta, ombrosa profumata. Lì ci si fermava e si riempivano le borse di  pine. Perché servivano per avviare il fuoco, con una pina e un solo fiammifero subito la fiamma si sprigionava e andava a propagarsi alla legna accanto. Molte pine erano rosicchiate dagli scoiattoli e le zie non le raccoglievano:

– Non sono buone e nulla!

Ma io mi divertivo a metterle nelle mia borsetta.

– Prendile, prendile, tanto bruciano lo stesso – Mi diceva la nonna.

E io le afferravo a una a una, piano, senza far rumore, nella mai realizzata speranza di vedere almeno uno scoiattolino.

Riempite le borse, si passava alla ricerca di rami e frasche e per questo ci si spostava dove c’erano le querce, perché:

– Il legno dei pini non èbuono a nulla, una fiammata e via, per far parecchia brace ci voglio querce e olivi!- così sentenziavano le zie.

Trovati i rami si passava a tirar fuori dalle tasche corde e cordini per legare in fastelli il prezioso bottino. Poi cariche di fastelli e borse ricolme di pine, si riprendeva la via di casa. A me di solito veniva affidato un fastellino, lo preparavano proprio per me: piccolo, leggero, poco ingombrante.

La nonna nel bosco stava bene, si vedeva che era contenta. Lei di solito taciturna e ombrosa, tra i pini e le querce della Cipressaia, chiacchierava e canticchiava. Aveva una voce limpida e cristallina. Mi indicava le piante del bosco e di ognuna diceva il nome. Ogni volta non tralasciava di prendere la ginestra, perché, diceva:

– Può far comodo nell’orto, per legare qualcosa-

Una volta che avevano portato solo una corda, usarono i tralci di ginestra per legare i fastelli.

La nonna raccoglieva anche strani sterpi duri e appuntiti e un giorno li nominò:

– Sono rimbrentani! Di maggio fanno i fiori –

Infatti, in primavera, quei bassi arbusti si riempivano di fiori rosa, i cui cinque petali erano tutti grinzosi, come se qualcuno li avesse stretti in una mano e poi lasciati andare.

Da adulta ho poi scoperto che il rimbrentano ( e la nonna chissà dove avrà pescato quello strano nome) altro non è che il cisto della specie incanus.

Ricordo che un giorno passammo quasi di soppiatto dal campo del Colle. Doveva essere fine marzo, perché ai piedi degli olivi c’erano i resti delle potature: rami e frasche di misura diversa, proprio adatti per un fuoco con braci consistenti e durature.

Ne prendemmo una decina e via via le zie li legavano a due e a tre dal lato più grosso. Tutte, io compresa, impugnammo i tronchi e li portammo a strascico fino a casa.

I miei tronchi, per quanto corti e non molto grossi, richiedevano comunque un grande sforzo, per tirare e tirare. Ogni tanto ricordo che dovevo cambiare presa, il palmo della mano bruciava e sudava. Dovevo fare attenzione alle buche, ai dossi e a non rimanere impigliata nei rovi. Ma era un gioco, un correre volentieri, con il vento che batteva sul viso.

Tirando e tirando dal campo alla viottola e alla strada nelle mie orecchie entravano ogni volta  rumori diversi: il fruscio leggero dell’erba, lo strofinio sulla terra nuda della viottola, il rotolio dei sassi, il suono secco del legno sulla strada liscia.

Finalmente a casa la legna veniva riposta in un ampio magazzino che loro chiamavano stalla, perché in tempi remoti aveva ospitato la cavalla. La pigne andavano a riempire grandi cassette e i rami restavano appoggiati al muro in attesa di essere segati.

Nella mia lontana infanzia ho trascorso così alcuni sabato mattina o domenica pomeriggio. Unendo l’utile al dilettevole: raccogliere legna da ardere nell’inverno e svagarsi nel silenzio profumato di resine del bosco della Cipressaia.

Rumore croccante

Rumore croccante – di Patrizia Fusi

Una piazza piena di banchi, che mostrano  varie mercanzie, tanti rumori, odori, profumi, l’aria tiepida d’autunno.

Oggi si spera che sia una giornata fruttuosa per l’incasso, sto iniziando il mio lavoro.

Nel macchinario che produce il croccante ho inserito tutti gli ingredienti, zucchero mandorle e acqua.

Mi lascio andare a sentire il rumore della macchina, il profumo di dolce vainiglia e di zucchero caramellato mi entra nelle narici, per me è sempre un odore gradevole anche se da tanti anni che faccio questo lavoro.  Io sono addetta alla preparazione dei croccanti, il mio compagno alla vendita e a fare lo spiritoso con i clienti, cerca di invogliare a comprare offrendo degli assaggi.

È sera tardi è andato tutto bene, siamo stanchi ma decidiamo di andare al cinema all’ultimospettacolo.

La poltroncina mi accoglie, mi rilasso, il film mi piace, ha una bella colonna sonora e il tutto mi rapisce.