Lenzuolo bianco

cavallo

Lenzuolo steso – di Simone Bellini

Steso al sole, mosso dal vento, ondeggiava un lenzuolo, spandendo un  fresco profumo di pulito, rendendo ancora più suggestiva la visione aulica della campagna primaverile.

Quand’ecco un fragore di ciottoli, sassi smossi dalle ruote di un calesse trainato da un cavallo impazzito, accompagnato da un  abbaiar di cani all’inseguimento insieme al padrone che gridava :

– Fermati bestiaccia maledetta, ronzino della malora ! –

Puntava diritto all’immacolato lenzuolo, che nell’impatto ricoprì il muso del cavallo, che accecato finì la sua corsa furibonda .

Amore bianco stanco

cuore bianco

Un amore bianco e stanco – di Rossella Gallori

Un amore bianco, ecco sì… un amore stanco, un amore…bianco e stanco.

Lo ricordo bene, la luce passava morbida attraverso il tulle della zanzariera….le lenzuola,troppo bianche avevano bisogno di noi, per essere vive….colorate di pelle

Il mio bicchiere di latte , la tua vodka ghiacciata …

Poi tutto si sciolse, andò  a male….un amore di gennaio,  bianco e stanco….un po’  inutile , consumato  a luce accesa, impietoso.

Ricordo te e quella stupida lampadina guardona.

Quando si fulminò restammo al buio, non ci riconoscemmo. Fuori, dietro le tende di mussola, la nebbia si annunciava , borbottando qualcosa che non  ricordo, parlava di neve, di sale, di cotone…….di schiuma…di due anime perse, anime color perla….perle coltivate….nell’A rno ghiacciato dal gelo.

La neve, la prima volta

neve

La prima volta che ho visto la neve – di Stefania Bonanni

È un ricordo tenero e nitido, quello della prima volta che ho visto la neve.

Penso di aver avuto cinque o sei anni, e la mia sorellina pure, visto che ha quasi la mia età anche adesso. Avevamo una seicento bianca, e mi sembrano così curiose, quelle portiere che si aprivano al contrario,  al contrario rispetto alle macchine di ora. Forse questo me lo invento, ma erano portiere educate, che permettevano a donne con le gonne di scendere dalla macchina senza che si vedessero le gambe, nel caso qualcuno guardasse dalla strada.

Comunque, era inverno, ed era molto freddo. Io avevo un cappottino che scopriva le ginocchia, di un colore tristissimo, melange, tra il grigio ed il marrone, e quello sarebbe stato il suo ultimo inverno, perché non avrebbe sopportato di essere rigirato ancora…..sotto il cappotto avevo la gonna a pieghe, poi i calzettoni a quadri rossi e blu, ed un paio di stivalini bassi, alla caviglia.

La Sonia era vestita uguale, con quello che io mettevo l’inverno prima.

Disse il babbo, con un sorriso quello sì bianchissimo…: “Bambine, forza, vi porto alla Consuma. Sulla neve, andiamo, avete anche i vestiti adatti!” E si parti’ per quello che allora era un viaggio vero e proprio. Non posso fare a meno di fare questo raffronto, l’ho fatto sempre, ogni volta che siamo andati nella vita a fare merenda alla Consuma, o a fare una giratina, o al fresco…penso a quella volta, a quella prima volta che ho visto la neve.

C’era ghiaccio sulla strada, si andava piano, nel centro della carreggiata. Dopo Rosano non si incontravano altre auto, e io ero sempre più concentrata sull’eccezionale avventura che stava per capitarmi, tranquilla perché se ci portava il babbo, non c’erano pericoli.

E il paesaggio cominciava ad essere tutto bianco. Giganteschi alberi d’argento con rami pesanti che si chinavano a salutare, microscopiche casine con camini fumanti ,un fumo denso grigio, quasi bianco, casine nel bosco, come la nonna di Cappuccetto Rosso, o come quella di marzapane. E poi tane enormi, nel tronco degli alberi più grossi, dove erano al sicuro cerbiatti, leprotti, scoiattoli, lupi…….lupi? Questo aspetto mi turbava un po’, non sapevo…..

Il viaggio continuava…a Diacceto il babbo accostò per mettere le catene. Mi sembro’ un’operazione davvero complicata, con questa ferraglia intricata che andava distesa per poi passarci sopra con le ruote della macchina ed essere poi agganciata, a ricoprire tutta la ruota, per darle dei denti che non aveva di natura, per mordere, anziché scivolare.

Poi, poco dopo, di nuovo fermi perché dovevo vomitare. Ed andò bene, con la portiera al contrario ci volle un attimo di troppo a farmi scendere, rischiai di vomitare in macchina.

Invece lo feci sul ciglio della strada, e in quel punto tornò a comparire erba e terra. Fu un miracolo.

E non fu l’unico, perché capitò di nuovo, dopo un’altra serie di curve. Ora capite, ci voleva davvero un evento straordinario, altrimenti non valeva la pena sottoporre tutta la famiglia ad un simile rompimento di scatole…

Comunque, si arrivò alla Consuma. E c’era tantissima neve, tutto bianco immacolato. Tutto freddo, ghiaccio, ma ancora non si era toccato questo prodigio. Ci si fermò in un punto in piano, e finalmente si scese. Le nostre scarpe scivolavano, tutti si scivolava, e si rideva e si muovevano le braccia buffe, come in un balletto. Poi si toccò la neve, finalmente, e i guantini di lana si inzupparono e subito ghiacciarono intirizziti. Le gote e le cosce rosse, la gocciola al naso che diventava un ghiacciolo, le pallate, le risate argentine. Fu bellissimo, bellissimo e felice. Fu difficile andarsene, ma come si dice sempre: tutte le cose belle finiscono.

Tornammo a casa più in fretta, anche perché eravamo bagnate.

Solo che io ero più bagnata…quando mi aiutarono a spogliarmi, in mezzo alla cucina, davanti alla cucina economica accesa, si accorsero che ero molto bagnata all’altezza delle tasche del cappottino. E dicevano: “cosa hai fatto? Come mai?” Non capivo: ma come? Solo io avevo preso un po’ di neve? Pochino, solo pochina, per me, per casa, per ricordo……

 

Violenza

rumore

 

RUMORE – di Roberta Morandi
Rumore assordante delle macchine operatrici dietro casa: scavano e sbattono la terra, la violentano, come violentano le mie orecchie.
È talmente forte che  lo sento ballare nella pancia. Un rumore è un rumore.  Già, chissà   come mai i rumori forti e ritmici passano dalle orecchie alla pancia: ricordo da ragazza quando andavo in discoteca, fine anni ’60 inizi ’70, la musica non era cosi potentemente forte, come quella di oggi, che prima di percepirla nelle orecchie te la senti rimbalzare nella pancia, tanto che sei costretta a deglutire più volte per cacciare via quella sensazione “rumorosa”.

 

Schiuma

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Schiuma – di Mirella Calvelli

La parola magica che è saltata agli occhi e al cuore è …Schiuma.

Era imprigionata insieme a tante  altre parole in un barattolino di vetro, che passava di mano in mano, senza destare attenzione alcuna. Tutte parole che esprimevano qualcosa che richiamava  il bianco, tema di questa nuova “sessione”.

Ma come si fa a bloccare questa parola vibrante, energica e trainante?

Già rinchiusa perde il suo fascino, l’acqua si rilasserebbe e voilà…anche il suo aspetto subirebbe una trasformazione tale da cambiarne l’ottica, il colore e persino l’ identità…

E allora liberiamola nell’immaginario, facciamola volare fino al mare e ammiriamola nel suo habitat naturale e nel suo  movimento regolare, nelle onde che corrono verso la riva e poi arretrano lasciando una scia bianca informe.

Quante volte lo stesso movimento ha ipnotizzato il mio sguardo.

Divertente vedere la traccia che si imprime sulla sabbia, mai uguale, uno smeriglio che poi  viene subito ricancellato ogni volta dall’onda successiva.

La stessa consistenza del latte, che una volta agitato nella tazza, produce schiuma …di latte.

Dalla schiuma, anzi spuma, del mare secondo la mitologia, nasceva Venere o Afrodite , Dea dell’amore e della bellezza.

Dalla bocca del piccolo sazio fuorisce schiuma…di latte.

Schiuma come nascita, schiuma come proseguimento della vita.

Il cartamodello

cartamodello

Ma…..Il cartamodello non era bianco? – di Tina Conti
Ricordo che andavo in Via Nazionale portandomi dietro  una rivista  di moda che avevo ben studiato e quando uscivo portavo questa nuvola bianca: il cartamodello incartato nella velina. Per strada  facevo attenzione.   Lo portavo come fosse un oggetto prezioso e fragile cercando di non scontrarmi con nessuno altrimenti  non avrei saputo bene come presentarlo alla mamma e giustificarne il costo.
La bottega della modellista di abiti era piena di veli bianchi:  i modelli in carta velina o tela trasparente appesi su grucce e ganci, servivano per abiti, giacche, cappotti  e cambiavano  ogni stagione.
Se trovavo qualcosa che mi piaceva di più  nelle riviste sul tavolo  del negozio, cambiavo idea, altrimenti mi facevo preparare il modello scelto  sulla rivista  che veniva adattato  alla mia taglia.
Una volta scelto  il modello si doveva essere sicuri perché l’investimento era importante: allora si facevano pochi capi e dovevano durare .
Fino ai 16,17 anni la stoffa era spesso di recupero, a volte si rivoltava un capo e si usava per nuovi abiti (nuovi per modo di dire perché c’era sempre il problema  degli occhielli che non tornavano). Poi è venuto il giorno dei vestiti di stoffa nuova.
Un giorno sono andata con la mamma nell’ingrosso di stoffe di sua fiducia. Lei conosceva un commesso occhialuto e rotondetto e io avevo le idee chiare per un  vestito smanicato bianco e un cappottino viola-lilla.
La mamma  nel negozio soppesava e accarezzava la stoffa con gesti esperti da sarta scaltra  poi, veniva il momento della scelta. Lana buona, di qualità…. poteva andare.
Il cartamodello fatto su misura questa volta era di telina, dato che l’occasione era importante
Quante cose ho dovuto fare in casa per sollevare la mamma dai suoi compiti e lasciarle il tempo per lavorare al mio completo.
La mamma era brava e il lavoro di sarta le piaceva molto, in poco tempo tutto era pronto. Io nel frattempo sono andata dalla mamma della Lory che faceva la modista e mi sono fatta insegnare a cucire un cappellino nero di velluto modello fantino. Non so quante uscite ho fatto orgogliosa di quei vestiti nuovi e tanto desiderati.
A fine stagione portai tutto in lavanderia perché in casa cose così preziose non si potevano  lavare, ma
quale è stata la mia delusione, quando ho ritirato gli abiti! Tutto  era scolorito  e accorciato, le fodere uscivano dal fondo: un vero disastro! avevano fatto un lavaggio ad acqua  e si era rovinato tutto.
Vane furono tutte le proteste della mamma! Alora non si parlava di assicurazione  e non mi rimase che il ricordo delle uscite  e la speranza  di una nuova occasione  per convincere la mamma a fare per me nuovi abiti.

Bianco abbagliante

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La notte bianca – di Aldo Bombaci

Eccomi qua, sorprendentemente sveglio nel mezzo della notte a scrivere!

La cosa più naturale che potessi pensare nell’attribuire una qualche associazione a riflessioni o cose sul colore bianco  è la neve, i campi imbiancati dalle brinate stimolanti al romanticismo, il cielo coperto da nuvole bianche, o quando diventa plumbeo come se il bianco fosse stato macchiato da gocce d’inchiostro nero, oppure il mezzo busto di marmo di Fata Morgana del Giambologna al Bargello. Questi ed altre decine di suggerimenti potrebbero via via presentarsi ai miei occhi, o scaturire dalla mente, ma non  avrei mai immaginato che a darmi uno spunto collegato a quella parola così chiara, così accesa, abbagliante, come sa essere il bianco, da tenermi con gli occhi spalancati come quelli del gufo di notte, fosse il trascorrere la nottata bianca.

Nuvole

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BIANCO di Nadia Peruzzi

Bianco il colore delle nuvole spumose che si rincorrono nel cielo di una giornata invernale, per altro nitida e luminosa come non mai. Scie lattiginose, che in qualche zona si fanno più compatte.

Dal pullman dove stai, le vedi far cornice a montagne e colline. Riesci a vederle così perché la Pianura Padana non ha intralci visivi, se non in lontananza. Le nuvole in qualche caso sembrano giocare. Si dilettano a costruire e intrecciare forme sempre cangianti.

In qualche caso, fanno da sfondo ad alberi ormai spogli. Rami nodosi, talora stizzosi, più spesso armoniosi ombrelli aperti sulla pianura.

Rami che diventano ricami quando incontrano  e lasciano trasparire il bianco. L’inverno è in grado di tradurre una nudità in spettacolo.

Il rosso non cede nemmeno un po’. Si prende il suo tempo per far capolino. Arriva la sera. Forte quasi abbagliante sulla linea dell’orizzonte. Il tramonto sa esser fuoco talora. Vedi rimbalzare tizzoni di rosso e lingue di violetto.

Dura poco purtroppo.

E’ subito sera! E’ subito buio!

Bianco

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BIANCO – di Simone Bellini

Come il vuoto indecifrabile che ho in testa
Come i vapori della memoria
Come le mani gelide
Senza speranza
Che cercano un accenno di volontà
ibernata in un corpo di ghiaccio

Solo un battito
ROSSO
Del cuore
Ostinato
Si ribella

 

 

La bianca storia di Ivana in regalo alle Matite

di Ivana Acciaioli

 

Un bianco coniglio, scappato da una favola antica, si scelse, strada facendo, un gatto bianco per amico. Uno adorava le margherite, l’altro le rose bianche; di notte rubavano i loro fiori preferiti nei giardini, lasciando le proprie impronte sulla ghiaia bianca, che contornava le aiuole.
Eccoli, una notte, nei pressi di una villa immersa in un giardino di alberi ricamati dal gelo. Curiosi e ammalati di domesticheria non poterono fare a meno di guardare dalla finestra e di stupirsi scorgendo un bianco orsacchiotto sfogliare bianche pagine di un libro tutto da scrivere. Il regalo perfetto da rubare per le loro amiche signore matite!